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Josè Sanchez del Rio: un martire “Cristeros” a San Cesareo

Josè Sanchez del Rio: un martire “Cristeros” a San Cesareo

Sabato 24 giugno alle ore 18.30, la Chiesa di San Giuseppe in San Cesareo accoglierà la reliquia di S. Josè Sanchez del Rio.

L’Azione Cattolica di San Cesareo, si è impegnata in prima linea seguendo tutto l’iter previsto per richiedere ed ottenere il il frammento sacro.

“Abbiamo conosciuto la figura del piccolo Josè dopo la proiezione del film “Cristiada” ed è stato subito Amore! Da quel momento abbiamo cominciato ad informarci ed innamorarci del martire “ spiega Andrea Torre, Presidente parrocchiale di Azione Cattolica.

Il quindicenne messicano Josè Sánchez del Río era un portabandiera dei Cristeros e, anche senza prendere parte direttamente agli scontri armati, pagò con il martirio la scelta di cedere il suo cavallo a un combattente perché potesse fuggire; i fratelli di Josè, Macario e Miguel, membri dell’Azione Cattolica della gioventù messicana entrarono nel movimento dei Cristeros per la difesa della libertà religiosa. Josè, chiese più volte di entrare nell’Azione Cattolica ma non gli fu consentito poiché al tempo si poteva accedere solo al compimento del 15° anno di età.

I 27 testimoni del suo processo super martyrio lo ricordano come un ragazzo normale, sano e di carattere gioviale: frequentava il catechismo e si distingueva per l’impegno nelle difficili attività parrocchiali, non consentite in quei tempi di persecuzione; si avvicinava ai sacramenti, quando poteva, anche perché il culto pubblico era proibito, rischiando la vita; pregava ogni giorno il rosario assieme alla famiglia. Con grande insistenza chiedeva ai suoi genitori il permesso di unirsi ai Cristeros . E nonostante la iniziale ragionevole prudenza e rifiuto da parte dei genitori e dei dirigenti, data la giovane età, ottenne il consenso. Alle obiezioni rispondeva: «Mamma, mai è stato così facile come adesso di andare in paradiso». Alla fine, ottenne la benedizione paterna.

Nell’estate 1927 riuscì a unirsi ai Cristeros assieme a un altro amico, adolescente come lui. La sua occupazione principale era di svolgere semplici compiti, che non comportavano la partecipazione alla lotta attiva. Ma nel confronto con le truppe governative federali del 6 febbraio 1928, dopo aver ceduto il suo cavallo fu fatto prigioniero assieme a un altro suo giovane amico indigeno di nome Lázaro. Incarcerato a Cotija, lo stesso giorno Joselito poté mandare una lettera alla madre. Il giorno dopo fu portato a Sahuayo e rinchiuso nella chiesa parrocchiale di San Giacomo, trasformata in prigione. I soldati usavano la parrocchia anche come stalla e avevano trasformato il presbiterio con il tabernacolo in un pollaio per “galli da combattimento” di proprietà del capo politico della regione. Di fronte a quella profanazione, Josè (Giuseppe) reagì ammazzando i galli, senza temere le ritorsioni di quel capo, che tra l’altro era stato amico della sua famiglia e suo padrino di prima comunione. L’8 febbraio il giovane rispose così alle accuse: «La casa di Dio è per pregare, non come una stalla di animali… Sono disposto a tutto. Puoi fucilarmi, così sarò ben presto alla presenza di Nostro Signore e potrò chiedergli che ti confonda».

Uno dei soldati lo percosse violentemente alla bocca con il calcio del fucile, rompendogli i denti. Poi in sua presenza, il compagno Lázaro venne impiccato nella piazza davanti alla chiesa. Anche se in realtà non morì e fu salvato dal becchino.

A Giuseppe il capo politico fece proposte lusinghiere come quella di iscriverlo alla prestigiosa scuola militare del Regime, e anche quella di fuggire negli Stati Uniti, ma il ragazzo le rifiutò con fermezza. Poi il capo politico chiese alla famiglia del giovane un riscatto, che il papà di Giuseppe consegnò e che il persecutore trattenne nonostante lo avesse mandato a morte la notte precedente. Il giovane aveva ripetutamente chiesto ai suoi genitori di non pagare il riscatto, dicendo che «la sua fede non era in vendita».

Il 10 febbraio infatti, verso le 18, dalla prigione nella parrocchia Joselito fu trasferito in una locanda nella piazza antistante, diventata caserma delle truppe federali. Qui i soldati gli scorticano i piedi con un coltello. Verso le 7, poté scrivere una lettera che riuscì a far arrivare a una sua zia, dove comunicava che probabilmente sarebbe stato ucciso di lì a poco e chiedeva di fargli portare la comunione. Verso le 20 di quella stessa sera riuscì a ricevere il sacramento.

Alle 23, quando ormai era notte, lo fecero uscire dalla locanda-caserma e lo costrinsero a camminare colpendolo lungo la strada che portava al cimitero municipale. Nonostante le crudeli torture a cui fu sottoposto, le sue labbra gridarono «Viva Cristo Re e Santa Maria di Guadalupe».

Al cimitero il capo della guarnigione ordinò ai soldati di pugnalarlo per evitare che in paese si sentissero gli spari. C’era il coprifuoco. Il giovane martire, ad ogni pugnalata gridava con un filo di voce: «Viva Cristo Re e Santa Maria di Guadalupe». Ancora prima di morire, il capo dei soldati gli chiese cinicamente se voleva mandare qualche messaggio a suo padre, e il giovane martire rispose di dire: «Che ci vedremo in paradiso». Allora, il capo militare con la sua pistola gli sparò in testa. Il suo corpo fu buttato in un piccolo fosso e ricoperto con poca terra.

Erano le 23.30 della notte di venerdì 10 febbraio 1928. Successivamente il becchino, aiutato di nascosto da alcune anime buone, lo disseppellì, avvolse il corpo in un lenzuolo e ritornò a seppellirlo più degnamente nello stesso luogo. Nel 1954, i resti sono stati inumati e portati nella cripta della vicina chiesa del Sacro Cuore. Nel 1996 sono stati trasferiti alla parrocchia di San Giacomo apostolo di Sahuayo, a un lato del battistero, dove era stato battezzato e dove era stato prigioniero prima del martirio.
La storia di Josè e dei Cristeros messicani è stata narrata nel film “Cristiada” del 2012, la cui proiezione avverrà alle ore 21 al termine della “cena condivisa, diffuso in Italia dalla casa di produzione Dominus con la quale l’A.C. di San Cesareo, in collaborazione con l’Ufficio Vocazionale e la Pastorale Sociale e del Lavoro, sta portando avanti un progetto culturale che si propone di intercettare le “domande del nostro tempo e di proporre risposte originali e pertinenti” attraverso le varie forme dell’arte. Momenti importanti sono stati la proiezione di due film: nel 2016 “God’s not Dead” e nel 2017 “God’s not dead2”, ambedue distribuiti dalla Dominus Production di Federica Picchi.

Andrea Torre

Presidente parrocchiale

Azione Cattolica – San Cesareo

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